È nato tutto come un esperimento. Sophia James, creator statunitense, pubblica su TikTok sette video numerati da 1 a 7, identici nel formato. L’obiettivo era solo verificare quale avrebbe ottenuto più interazioni. Ma il settimo video, intitolato Group 7, supera ogni aspettativa: milioni di visualizzazioni, commenti, remix. In poche ore, il pubblico trasforma un test di engagement in una comunità spontanea. Gli utenti iniziano a salutarsi con “Buongiorno Group7”, a usare l’hashtag, a identificarsi come parte di qualcosa che non esisteva il giorno prima.
Questo fenomeni ci dimostra quanto l’essere umano continui a cercare appartenenza anche nei contesti più effimeri. La frase “Se stai vedendo questo, sei nel Group 7” funziona come un rito d’inclusione: non descrive, ma genera realtà. È la funzione che Durkheim attribuiva al rito nelle società arcaiche: creare coesione sociale. Solo che, in questo caso, il sacerdote è un algoritmo e il tempio è uno schermo.
L’algoritmo di TikTok diventa un nuovo mediatore del sacro. Decide chi “vede” il video e chi ne resta escluso, distribuendo casualmente la rivelazione. Da un punto di vista cognitivo, il meccanismo risponde al bisogno di riconoscere intenzioni anche nel caso. La mente umana tende a proiettare volontà e senso anche su processi privi di intenzionalità: un riflesso antico che trasforma l’algoritmo in un oracolo digitale.
Il numero sette amplifica la suggestione. In quasi tutte le tradizioni religiose rappresenta completezza, equilibrio, totalità. Che sia proprio il settimo video a diventare virale non è che un caso statistico (forse), ma l’immaginario collettivo lo interpreta come destino. L’incontro tra la numerologia e la matematica dei dati produce una spiritualità di superficie: il miracolo dei feed.
Nelle dinamiche del Group 7 riemerge la materialità del sacro: la potenza si concentra in un oggetto, una reliquia, un corpo, o in questo caso un video, che diventa punto di contatto tra umano e trascendente. Il feed funziona come un reliquiario digitale dove ogni visualizzazione rinnova il gesto del credere.
Anche la logica dello scambio ricorda i modelli simbolici che studiamo: ogni utente riceve appartenenza e restituisce visibilità. È un’economia del sacro aggiornata al capitalismo dell’attenzione, dove la benedizione è una notifica.
Il Group 7 non è una religione, ma ne riproduce i meccanismi. I simboli, i riti, il linguaggio comune: tutti elementi che, secondo Durkheim, rendono la religione una forza collettiva. Cambia la forma, resta la funzione. Oggi la società non adora più un dio, ma la propria immagine riflessa nel feed.
Osservare il Group 7 significa osservare la persistenza del bisogno di senso. Anche in un ambiente dominato da dati e algoritmi, l’uomo continua a costruire microcosmi simbolici per sentirsi parte di NOI.
