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Delle due lance, del disordine e delle moltitudini.

L’antropologo si muove nel disordine.
Osserva una moltitudine di modi di essere umani e una infinita moltitudine di risposte che gli umani danno alle stesse domande universali. Siamo tutti appartenenti alla stessa specie, ci riconosciamo umani, ci poniamo gli stessi interrogativi, eppure troviamo modi così diversi per dare un senso.

L’antropologia non è una scienza del controllo: è una pratica dello smarrimento.
Si va sul campo, si fa etnografia.
Ci si immerge in una popolazione per imparare, osservare, cercare di comprendere non solo che cosa fanno le persone, ma che cosa pensano di fare attraverso ogni loro pratica.

E poi ci sono le due lance.
La prima lancia immobilizza e colpisce la preda, la seconda la finisce.
Io, indigeno, so benissimo che un evento accade per motivazioni tecniche, fisiche, biologiche: che esiste una causa contingente che lo ha fatto accadere.Ma questa è solo la prima lancia.
Non mi accontento della prima lancia.

La seconda domanda che mi faccio è: perché proprio qui, perché proprio ora, perché proprio a quella persona è successo?
È lì che trovo risposte e soluzioni nella magia, nella credenza.
E l’antropologo, nel suo disordine, lo sa: osservare significa anche restare dentro quel mistero, tra la prima e la seconda lancia.

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